Prefazione
“La radice, per
l'uomo, è l'uomo stesso "(K.Marx)
"l'uomo è
una pianta rovesciata le cui radici si estendono verso il cielo
e i rami verso la Terra. " (Platone)
Il titolo
della silloge di Mariano Ciarletta è un chiaro riferimento alla forza divina della poesia che
raccorda la parola con il pensiero, l'umano con il divino.
Straordinaria
energia emanano i versi di " Come radice "; un'energia che nasce
dalla fatica del vivere e dal dolore della solitudine ma trova la
propria forza nella funzione taumaturgica, quasi sciamanica,
della parola che conserva sempre un suono musicale, una valenza magica
e religiosa.
“Mirabile
miracolo” è la poesia di Mariano Ciarletta: versi che si sciolgono in un alternarsi di ricordi, di
dubbi, di dolori, di silenzi fecondi, di pause gravide di poesia ed infine di
speranza; parole che partono dalla memoria, proferite nel culto della bellezza
e della forma; significati soggettivi che hanno in se stessi tutto il
sentire dell'umanità nella misura di una storia che è individuale e al
tempo stesso collettiva.
La silloge è
un canto d' amore, è la storia di un'anima inquieta che subisce fortemente " il
male di vivere”;
è la denuncia della condizione dell'uomo
contemporaneo, picaro solitario e dolente; è l'andare contro corrente del
poeta che, in una società che mette al bando la pietas come qualcosa di
osceno, evoca il baratro e il non senso riservando ad essi una
collocazione di privilegio. Ed è così che, con versi di lacerato dolore, si
dichiara la fragilità umana senza alcun pudore o reticenza riscattando, con la
forza della caducità, la vera condizione dell’uomo.
Di pagina in
pagina la poesia è speranza che rinnova l'attesa, è un riflesso “in
specchi infranti”, è “attesa di una novella linfa che mondi la terra”; è
monito per l'uomo dell’essere insieme alla terra, entrambi, “figli di perfetta
imperfezione”. La poesia di Ciarletta “schiude la vita ove l'antico si dissipa con il nuovo dando
ascolto al galoppo del cuore che lotta nei campi dell'anima”. In
questo impervio viaggio, ancora di sicura salvezza è la parola che
rifulge di colori ora ardenti ora celati; si arricchisce di assonanze, si nutre
di onomatopee, di sinestesie, di metafore; e in questo alternarsi, i versi
cantati dal poeta esprimono una celata tentazione per raggiungere le liete
terre della poesia “dove anche gli acquitrini rifulgono…”
Il
miracolo della parola segna, così, un arcano percorso per condurre “alle case dell’anima”, per
consentire, ancora una volta all'uomo di essere” figlio alla vita”.
Il poeta
canta” l'uomo che vive di illusa speranza, si abbandona ad ignote danze,
percorre impervi sentieri per raggiungere una tenue speranza che rosseggia
all’orizzonte”, e così che, “confusi i sensi, serra le porte della mente per aprire
i cancelli dell'anima …”
Clotilde Baccari Cioffi
Acquitrini
Rifulgon gli acquitrini,
perduti su remoti confini
stagnanti ai piedi di un altare
eretto in pallide macerie.
Dagli ardenti dardi
resi aurei all’aurora
fino al roseo tramonto
padre della regina notte.
Nel suo manto mi crogiolo
tra il gelido buio
e l’impaziente alba,
chiave mistica
per ammirar il novello riflesso
di un volto giammai parso
a vitrei occhi,
di vita bramosi,
celata tentazione
di varcar arcane tempeste,
per raggiunger liete terre
ove ancor rifulgon quegli
acquitrini.
Come
radice
Si
dissipa lento,
sull’orlo
del baratro
l’antico
fardello,
capir
dopo anni
la
ragion d’essere
del
sapor del sale
su
sanguinanti labbra
morse
nelle lente notti.
Vagare
al ritroso
per
l’arcano percorso
e
smarrir quei passi
che a
lungo han vissuto
nella
casa dell’anima.
Inumidirsi
le gote
per la
dolce scoperta
di
essere ancor una volta
figlio
alla vita
come
divelta radice
di una
robusta quercia
che
seppur la tempesta
è ancor
fiera.
Vizio
Sazio
di acerbi timori,
geloso
respiri impure debolezze,
che
tronfie giacciono in eccessi di virtù.
Con
fili di fiele rendi burattino
l’ uomo
che vive di illusa speranza
che tal
porta schiude all’ invarcata tenebra
seppur
familiare a chi la retta ha perduto
o con
apparente candor rifiutato.
Sarai
dei miei giorni la memoria,
aculeo
incarnato in apatiche membra
oscuro
regista di immagini ignote
seppur
attese da acerba speranza.
E
ancora una volta, al rintocco del tempo,
come
titani spietati, opposti sarem,
su
aride terre, deserti dell’anima.
Parte
di vita,
cappio
dei sensi,
compagno
immortale.
Cenere
Come
cenere al soffio
l’essenza
mia disperdi,
di
mondi mi cibi,
finché
non son sazio.
Ad
ignote danze
la
mente introduci,
come
amo gettato
in
laghi di tenebra densa.
Che tu sia
musa,
che tu
sia vita,
che tu
sia pane,
che tu
sia appoggio,
o
scoglio, nei turbinii della mente,
grato
ti son, arte mia,
per
aver schiuso il cor e l’iridi
al fior
della vita.
Antica
essenza,
giammai
silente,
che il
cor infiamma
e alle
labbra dona il fiero moto.
Sentieri
Impervi
e scoscesi
da
ruvide rocce cinti
d’autunno
perenne vestiti
tra il
rosa e lo stizzoso arancio.
Tombe
silenti di una mancata rinascita
gelosi
guardiani di albe mai sopraggiunte.
Generatori
di rovi dai venefici aculei,
carnefici
di carni straziate
bramose
di un’ arcana giustizia.
Al
crepuscolo lucente
resi
ancor percorribili
da una
tenue speranza
che
rosseggia all’orizzonte.
Il
sapor della pioggia
Confusi
i sensi
allo
scorrer della goccia,
prisma
curioso che lesto diparte
da
rosee gote, verso il tumido cuor.
Assorbe
dischiuso del sale il sapore
eco
indistinto di perduta innocenza,
segreto
ritrovo di annebbiati sensi
nere
catene, dilette figlie del sacro timone.
E or
che uniti son i due prismi,
argentei
involucri del tempo a ritroso
compiuto
è l’agognato discernimento
che
invano riecheggia a sordi richiami.
L’antico
Viluppo
Lento
si dissolve
l’antico
viluppo
nevaio
dei sensi
ond’esso
vien colto
dagli
esitanti raggi
curiosi
rampolli
di una
novella Primavera.
Musa
inaspettata
in
silente attesa,
orsù,
col tuo canto narra
di un’
ultima aurora
che
generi tra aridi campi
bianchi
boccioli di vita.
Traccia
sicuri percorsi
o ninfa
dalla singolar essenza
e fa
che al passo segua la marcia
da
tenebre e abissi spumosi
al
superficiale velo di luce.
Porte
Ho
compreso come spesso
occorra
serrare le porte della mente
per
aprire i cancelli dell’anima alla vita.
Eppur
se distanti, codesti ingranaggi
da un’
insana alleanza son retti.
E ancor
oggi sconosciuti mi son
i patti
che lieti intercorrono
tra il
vanesio cuore e l’algida mente.
Ed ecco
il rintocco che crudele saluta
la
dolce tenebra che la mente ristora
per
lasciar posto al primo sole.
Che prendano
vita gli ingranaggi,
fiere
si schiudano le possenti porte
e che
la mente non regni sovrana
senza
consiglio del pulsante rubino.
Strade
Ho
percorso strade
perdendo
il conto dei passi,
ho
incontrato occhi
sfiorato
labbra bramose di fuga.
Mi sono
nutrito di menzogna
e l’ho
cucita, su ogni singola membra.
Ho
indossato una maschera su un volto di cera
annusato
profumi di storie non mie.
Ho
stillato lacrime che avrei potuto conservare
gelosamente,
come prismi preziosi
per
rivenderli al miglior offerente.
Ho
assaggiato essenze di vita
e ho
preso a pugni il dolore
nelle
febbrili notti dell’anima.
Ho
custodito sanguinanti ferite,
che ho
ancora qui, sui palmi della vita.
Irrisolti
Nocchieri
Strani
son i fantasmi della mente
placidi
viaggiano per tenebre irrisolte
e come
sciacalli affamati
dilaniano
teneri sprazzi di vita
e
donano all’anima persa
un
nuovo candor per esser tersa.
Dovremmo
esser grati ai fantasmi della mente
irrisolti
nocchieri dei fiumi del cuore
amanti
gelosi di assenti essenze,
figli
illusori di una mente scontenta
che a
rotta perduta il percorso rinnova.
Che
essi siano quotidiano cibo
e che
scorrano come pazzo rubino
gocce
d’inchiostro su pagine vissute.
Vengan
recisi i malati frutti
sorti
nei gelidi campi del pentimento,
e che
al primo morso siano inghiottite
amare
pillole di una pungente verità.
Speranza
L’animo
che lento all’ira si volge,
silente
custode di una falsa quiete
saggi
il ferreo sapore di invisibili lacci;
Grigie
catene che strazian le carni.
Sepolta
è Speranza in umida terra
che
soffoca respiri di linfa novella
e il
sinistro velo stende su raggi di vita
offuscando
i ribelli sensi smarriti.
E ancor
si rinnovi l’attesa!
Si
frantumi la terra per liberar Speranza,
si
schiudano le plumbee nubi
e che
l’adombrato cielo da queste riversi
umidi
prismi che mondino l’arido suolo
fin
alle ferite del sacro timone.
Specchi
Come
specchi infranti
riflettiamo
momenti a metà,
pezzi
rimossi di un quadro perduto.
Neri
germogli
Ove
l’uman senso si perde
cedendo
le fila al tronfio delirio,
genesi
vedon i neri germogli
che
trovan radici
in
campi di porpora.
Né
lacrima di madre
lavi
dall’arido campo
la
rossa essenza
che
l’uom sostiene.
Né
grido di moglie
Porti
indietro metà.
Inghiottiti
i corpi
Dalla
vorace Gea
Come
merce preziosa
che
sfugge il ritorno.
Non più
si oda dell’usignolo
il
canto che lieto apre il giorno,
silente
attende l’aurora dell’uomo
fissando
muto il buio orizzonte.
Lo
sa il pettirosso
Scorre
lento il rubino
dalle
straziate membra
fulgido
brilla di perduta umanità,
lesta
ferocia che la regal vita divelse
e di
tal sacrificio che l’uomo accolse,
smarrito
nel corso di Tempo è stato il sentir.
Rinnovata
è la ferocia nell’ aspra salita
percorsa
ordinaria dall’ uman smarrimento.
che il
dono di vita novella,
un
senso d’umanità rimandi
e venga
ridata alla Vegine Terra
l’antica
figlia perduta; Pace.
Lo sa
il pettirosso che dal ligneo patibolo
di
pazza compassione il cor imprigiona
in una
certa speranza che da quelle ferite
sgorghi
novella linfa a mondar la terra.
Fragile
Spiega
le robuste ali lacere
ove il
primo raggio si stende,
timor
che il fragile volo
non
regga la tiranna altezza.
Eppur
il gran salto lesto s’avvia,
per
mostrar quanto rapido sia
il
passo che lieto conduce alla luce.
Essenza
di vita.
Ghiaccio
Membra
intoripidite
come
ligneo burattino governi
guidando
passi per freddi sentieri
ove
impenetrabile è l’ausilio del timido raggio.
Sconosciuto
riflesso a vacui occhi
a cui
familiar son le anguste distese del cor
ghiacci
silenti di un perduto candor
ancestral
memoria sepolta da gelide sabbie.
Né
color di linfa rubina che scorre
libero
render può la fragile essenza
ostaggio
prezioso del ghiaccio dei sensi
regina
tiranna, demone della mente.
Astuta
artefice di tela venefica,
da fili
malati stilli pallida rugiada
ferisci
le sanguinanti membra
infinito
sepolcro di un’incompiuta resurrezione.
Il
conto delle ossa
Sei
colpevole.
Colpevole
di aver osannato
falsi
simulacri d’amor donante.
Reo di
aver generato in infruttuosi campi
tronfie
spighe di acuta superbia.
Piegato
al peso della vita,
angusto
fardello dentato
lacerante
vergini carni,
hai
desiderato liberartene
come
oscuro fiume pulsante.
Ti sei nutrito di briciole,
così
poche, troppo poche.
E or
che donato è il riflesso
gemello
di Crono il tiranno
che
genera verità, figlia crudele,
riversi
luminosi argenti di sale
originando
il conto delle ossa.
Membra
Rimembrar
dovremmo
allo
scader del rintocco
di
esser al par della terra
figlia
di uno stesso campo.
Siepi
incolte, tristi rivolte
all’
immenso etere cereo.
Rami
recisi, esposti con incuria
alle
certe intemperie della vita.
E in
quest’ordine si rallegri il cor
per
cotanta perfetta imperfezione
che
come collosa resina avvolge
specchi
d’animo giammai gemelli.
Invisibili
orme
Schiudon
la vita a nuovo percorso
frutto
d’incompiuti e fragili impulsi
pallidi
scheletri inghiottiti da Terra.
Talami
sicuri di notti insonni trascorse,
ov’è
che iniziano le inivisibili orme?
Ove
l’antico percorso si dissipa al nuovo?
E lesta
decade l’ancestral cortina
che
divelto ha il senno dell’anima?
Irrisolte
son le invisibili orme
ove
l’antico percorso si dissipa al nuovo.
Il
galoppo del cuore
Tornerà
ancora nella notte
come
squarcio di falce d’argento
l’ombra
notturna dei tuoi occhi
riapre vive
urne di cicatrici.
E ancora
udirò il galoppo del cuore
pazzo
d’angosciosa e pulsante nostalgia
varcare
i sigilli imposti dal fato
e violare
l’ultimo patto di lontananza.
Eppur
io non temo la notte
fedele
alleata della pallida falce
sposa
radiosa del geloso crepuscolo
guardingo
custode di umide palpebre.
E
all’assedio della memoria
seguirà
il digrignar dei denti
come
rito ormai conosciuto
impari
lotta nei campi dell’anima.
Ci
leggiamo dentro
Ci
leggiamo dentro,
come
virginee terre
da un
fil rosso legate
continenti
persi, eppur vicini.
come
luce tenue che la tenebra spiazza.
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