martedì 30 maggio 2017

Come Radice - Mariano Ciarletta - prefazione & raccolta completa - Ed Paguro ©








Prefazione 

La radice, per l'uomo, è l'uomo stesso "(K.Marx)
"l'uomo è una pianta rovesciata le cui radici si estendono verso il cielo e i rami verso la Terra. " (Platone) 
Il titolo della silloge di Mariano Ciarletta è un chiaro riferimento alla forza divina della poesia che raccorda la parola con il pensiero, l'umano con il divino. 
Straordinaria energia emanano i versi di " Come radice "; un'energia che nasce dalla fatica del vivere e dal dolore della solitudine ma trova la propria forza nella funzione taumaturgica, quasi sciamanica, della parola che conserva sempre un suono musicale, una valenza magica e religiosa. 
“Mirabile miracolo” è la poesia di Mariano Ciarletta: versi che si sciolgono in un alternarsi di ricordi, di dubbi, di dolori, di silenzi fecondi, di pause gravide di poesia ed infine di speranza; parole che partono dalla memoria, proferite nel culto della bellezza e della forma; significati soggettivi che hanno in se stessi tutto il sentire dell'umanità nella misura di una storia che è individuale e al tempo stesso collettiva. 
La silloge è un canto d' amore, è la storia di un'anima inquieta che subisce fortemente " il male di vivere”; è la denuncia della condizione dell'uomo contemporaneo, picaro solitario e dolente; è l'andare contro corrente del poeta che, in una società che mette al bando la pietas come qualcosa di osceno, evoca il baratro e il non senso riservando ad essi una collocazione di privilegio. Ed è così che, con versi di lacerato dolore, si dichiara la fragilità umana senza alcun pudore o reticenza riscattando, con la forza della caducità, la vera condizione dell’uomo.  
 Di pagina in pagina la poesia è speranza che rinnova l'attesa, è un riflesso “in specchi infranti”, è “attesa di una novella linfa che mondi la terra”; è monito per l'uomo dell’essere insieme alla terra, entrambi, “figli di perfetta imperfezione”. La poesia di Ciarletta “schiude la vita ove l'antico si dissipa con il nuovo dando ascolto al galoppo del cuore che lotta nei campi dell'anima”. In questo impervio viaggio, ancora di sicura salvezza è la parola che rifulge di colori ora ardenti ora celati; si arricchisce di assonanze, si nutre di onomatopee, di sinestesie, di metafore; e in questo alternarsi, i versi cantati dal poeta esprimono una celata tentazione per raggiungere le liete terre della poesia “dove anche gli acquitrini rifulgono…” 
 Il miracolo della parola segna, così, un arcano percorso per condurre “alle case dell’anima”, per consentire, ancora una volta all'uomo di essere” figlio alla vita”. 
Il poeta canta” l'uomo che vive di illusa speranza, si abbandona ad ignote danze, percorre impervi sentieri per raggiungere una tenue speranza che rosseggia all’orizzonte”, e così che, “confusi i sensi, serra le porte della mente per aprire i cancelli dell'anima …” 
                                                        Clotilde Baccari Cioffi






Acquitrini



Rifulgon gli acquitrini,
perduti su remoti confini
stagnanti ai piedi di un altare
eretto in pallide macerie.
Dagli ardenti dardi
resi aurei all’aurora
fino al roseo tramonto
padre della regina notte.
Nel suo manto mi crogiolo
tra il gelido buio
e l’impaziente alba,
chiave mistica
per ammirar il novello riflesso
di un volto giammai parso
a vitrei occhi,
di vita bramosi,
celata tentazione
di varcar arcane tempeste,
per raggiunger liete terre
ove ancor rifulgon quegli acquitrini.







Come radice

Si dissipa lento,
sull’orlo del baratro
l’antico fardello,
capir dopo anni
la ragion d’essere
del sapor del sale
su sanguinanti labbra
morse nelle lente notti.
Vagare al ritroso
per l’arcano percorso
e smarrir quei passi
che a lungo han vissuto
nella casa dell’anima.
Inumidirsi le gote
per la dolce scoperta
di essere ancor una volta
figlio alla vita
come divelta radice
di una robusta quercia
che seppur la tempesta
è ancor fiera.





Vizio

Sazio di acerbi timori,
geloso respiri impure debolezze,
che tronfie giacciono in eccessi di virtù.
Con fili di fiele rendi burattino
l’ uomo che vive di illusa speranza
che tal porta schiude all’ invarcata tenebra
seppur familiare a chi la retta ha perduto
o con apparente candor rifiutato.
Sarai dei miei giorni la memoria,
aculeo incarnato in apatiche membra
oscuro regista di immagini ignote
seppur attese da acerba speranza.
E ancora una volta, al rintocco del tempo,
come titani spietati, opposti sarem,
su aride terre, deserti dell’anima.
Parte di vita,
cappio dei sensi,
compagno immortale.






Cenere

Come cenere al soffio
l’essenza mia disperdi,
di mondi mi cibi,
finché non son sazio.
Ad ignote danze
la mente introduci,
come amo gettato
in laghi di tenebra densa.
Che tu sia musa,
che tu sia vita,
che tu sia pane,
che tu sia appoggio,
o scoglio, nei turbinii della mente,
grato ti son, arte mia,
per aver schiuso il cor e l’iridi
al fior della vita.
Antica essenza,
giammai silente,
che il cor infiamma
e alle labbra dona il fiero moto.







Sentieri

Impervi e scoscesi
da ruvide rocce cinti
d’autunno perenne vestiti
tra il rosa e lo stizzoso arancio.
Tombe silenti di una mancata rinascita
gelosi guardiani di albe mai sopraggiunte.
Generatori di rovi dai venefici aculei,
carnefici di carni straziate
bramose di  un’ arcana giustizia.
Al crepuscolo lucente
resi ancor percorribili
da una tenue speranza
che rosseggia all’orizzonte.







Il sapor della pioggia

Confusi i sensi
allo scorrer della goccia,
prisma curioso che lesto diparte
da rosee gote, verso il tumido cuor.

Assorbe dischiuso del sale il sapore
eco indistinto di perduta innocenza,
segreto ritrovo di annebbiati sensi
nere catene, dilette figlie del sacro timone.

E or che uniti son i due prismi,
argentei involucri del tempo a ritroso
compiuto è l’agognato discernimento
che invano riecheggia a sordi richiami.






L’antico Viluppo

Lento si dissolve
l’antico viluppo
nevaio dei sensi
ond’esso vien colto
dagli esitanti raggi
curiosi rampolli
di una novella Primavera.
Musa inaspettata
in silente attesa,
orsù, col tuo canto narra
di un’ ultima aurora
che generi tra aridi campi
bianchi boccioli di vita.
Traccia sicuri percorsi
o ninfa dalla singolar essenza
e fa che al passo segua la marcia
da tenebre e abissi spumosi
al superficiale velo di luce.






Porte

Ho compreso come spesso
occorra serrare le porte della mente
per aprire i cancelli dell’anima alla vita.
Eppur se distanti, codesti ingranaggi
da un’ insana alleanza son retti.
E ancor oggi  sconosciuti mi son
i patti che lieti intercorrono
tra il vanesio cuore e l’algida mente.
Ed ecco il rintocco che crudele saluta
la dolce tenebra che la mente ristora
per lasciar posto al primo sole.
Che prendano vita gli ingranaggi,
fiere si schiudano le possenti porte
e che la mente non regni sovrana
senza consiglio del pulsante rubino.








Strade

Ho percorso strade
perdendo il conto dei passi,
ho incontrato occhi
sfiorato labbra bramose di fuga.
Mi sono nutrito di menzogna
e l’ho cucita, su ogni singola membra.
Ho indossato una maschera su un volto di cera
annusato profumi di storie non mie.
Ho stillato lacrime che avrei potuto conservare
gelosamente, come prismi preziosi
per rivenderli al miglior offerente.
Ho assaggiato essenze di vita
e ho preso a pugni il dolore
nelle febbrili notti dell’anima.
Ho custodito sanguinanti ferite,
che ho ancora qui, sui palmi della vita.







Irrisolti Nocchieri

Strani son i fantasmi della mente
placidi viaggiano per tenebre irrisolte
e come sciacalli affamati
dilaniano teneri sprazzi di vita
e donano all’anima persa
un nuovo candor per esser tersa.
Dovremmo esser grati ai fantasmi della mente
irrisolti nocchieri dei fiumi del cuore
amanti gelosi di assenti essenze,
figli illusori di una mente scontenta
che a rotta perduta il percorso rinnova.
Che essi siano quotidiano cibo
e che scorrano come pazzo rubino
gocce d’inchiostro su pagine vissute.
Vengan recisi i malati frutti
sorti nei gelidi campi del pentimento,
e che al primo morso siano inghiottite
amare pillole di una pungente verità.








Speranza

L’animo che lento all’ira si volge,
silente custode di una falsa quiete
saggi il ferreo sapore di invisibili lacci;
Grigie catene che strazian le carni.
Sepolta è Speranza in umida terra
che soffoca respiri di linfa novella
e il sinistro velo stende su raggi di vita
offuscando i ribelli sensi smarriti.
E ancor si rinnovi l’attesa!
Si frantumi la terra per liberar Speranza,
si schiudano le plumbee nubi
e che l’adombrato cielo da queste riversi
umidi prismi che mondino l’arido suolo
fin alle ferite del sacro timone.









Specchi

Come specchi infranti
riflettiamo momenti a metà,
pezzi rimossi di un quadro perduto.






Neri germogli

Ove l’uman senso si perde
cedendo le fila al tronfio delirio,
genesi vedon i neri germogli
che trovan radici
in campi di porpora.
Né lacrima di madre
lavi dall’arido campo
la rossa essenza
che l’uom sostiene.
Né grido di moglie
Porti indietro metà.
Inghiottiti i corpi
Dalla vorace Gea
Come merce preziosa
che sfugge il ritorno.
Non più si oda dell’usignolo
il canto che lieto apre il giorno,
silente attende l’aurora dell’uomo
fissando muto il buio orizzonte.






Lo sa il pettirosso

Scorre lento il rubino
dalle straziate membra
fulgido brilla di perduta umanità,
lesta ferocia che la regal vita divelse

e di tal sacrificio che l’uomo accolse,
smarrito nel corso di Tempo è stato il sentir.
Rinnovata è la ferocia nell’ aspra salita
percorsa ordinaria dall’ uman smarrimento.

che il dono di vita novella,
un senso d’umanità rimandi
e venga ridata alla Vegine Terra
l’antica figlia perduta; Pace.

Lo sa il pettirosso che dal ligneo patibolo
di pazza compassione il cor imprigiona
in una certa speranza che da quelle ferite
sgorghi novella linfa a mondar la terra.






Fragile


Spiega le robuste ali lacere
ove il primo raggio si stende,
timor che il fragile volo
non regga la tiranna altezza.

Eppur il gran salto lesto s’avvia,
per mostrar quanto rapido sia
il passo che lieto conduce alla luce.
Essenza di vita.






Ghiaccio

Membra intoripidite
come ligneo burattino governi
guidando passi per freddi sentieri
ove impenetrabile è l’ausilio del timido raggio.

Sconosciuto riflesso a vacui occhi
a cui familiar son le anguste distese del cor
ghiacci silenti di un perduto candor
ancestral memoria sepolta da gelide sabbie.

Né color di linfa rubina che scorre
libero render può la fragile essenza
ostaggio prezioso del ghiaccio dei sensi
regina tiranna, demone della mente.

Astuta artefice di tela venefica,
da fili malati stilli pallida rugiada
ferisci le sanguinanti membra
infinito sepolcro di un’incompiuta resurrezione.





Il conto delle ossa

Sei colpevole.
Colpevole di aver osannato
falsi simulacri d’amor donante.
Reo di aver generato in infruttuosi campi
tronfie spighe di acuta superbia.
Piegato al peso della vita,
angusto fardello dentato
lacerante vergini carni,
hai desiderato liberartene
come oscuro fiume pulsante.
Ti  sei nutrito di briciole,
così poche, troppo poche.
E or che donato è il riflesso
gemello di Crono il tiranno
che genera verità, figlia crudele,
riversi luminosi argenti di sale
originando il conto delle ossa.





Membra

Rimembrar dovremmo
allo scader del rintocco
di esser al par della terra
figlia di uno stesso campo.

Siepi incolte, tristi rivolte
all’ immenso etere cereo.
Rami recisi, esposti con incuria
alle certe intemperie della vita.

E in quest’ordine si rallegri il cor
per cotanta perfetta imperfezione
che come collosa resina avvolge
specchi d’animo giammai gemelli.







Invisibili orme

Schiudon la vita a nuovo percorso
frutto d’incompiuti e fragili impulsi
pallidi scheletri inghiottiti da Terra.
Talami sicuri di notti insonni trascorse,
ov’è che iniziano le inivisibili orme?
Ove l’antico percorso si dissipa al nuovo?
E lesta decade l’ancestral cortina
che divelto ha il senno dell’anima?
Irrisolte son le invisibili orme
ove l’antico percorso si dissipa al nuovo.





Il galoppo del cuore

Tornerà ancora nella notte
come squarcio di falce d’argento
l’ombra notturna dei tuoi occhi
riapre vive urne di cicatrici.

E ancora udirò il galoppo del cuore
pazzo d’angosciosa e pulsante nostalgia
varcare i sigilli imposti dal fato
e violare l’ultimo patto di lontananza.

Eppur io non temo la notte
fedele alleata della pallida falce
sposa radiosa del geloso crepuscolo
guardingo custode di umide palpebre.

E all’assedio della memoria
seguirà il digrignar dei denti
come rito ormai conosciuto
impari lotta nei campi dell’anima.





Ci leggiamo dentro

Ci leggiamo dentro,
come virginee terre
da un fil rosso legate
continenti persi, eppur vicini.
come luce tenue che la tenebra spiazza.








Copyright MMXVII

Edizioni Paguro

                  


      Via Ferrovia, 70
    84085 Mercato S. Severino (SA)
    Tel. 089 821723


     cod. ISBN 978-88-99509-40-8
 

Come Radice - Mariano Ciarletta - prefazione & raccolta completa - Ed Paguro ©

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